Appunti di viaggio a Milano – agosto 2011

I ragazzini cinesi, sudamericani e africani con le loro mamme fuori dalla mia vecchia scuola elementare, che parlano nella loro lingua con la mamma ma in italiano con forte accento milanese tra di loro. Sono il futuro dell’Italia e mi piacciono infinitamente di piu’ di tutte le altre cose piu’ “italiane” da sempre.

L’asfalto grigio, butterato e pieno di rughe e giunture, come si vede solo in Italia. Emette calore nella giornata gia’ umida e bollente, ti sfianca quando cammini e limita l’effetto della frescura serale, mantenendo il clima intollerabile a qualsiasi ora del giorno e della notte. Quando piove si formano pozzanghere enormi e insidiose, che ristagnano anche giorni dopo l’ultima pioggia e che accentuano l’effetto “fine del mondo” e la generale impraticabilita’ per i pedoni di strade e attraversamenti milanesi.

Il vocìo, costante e onnipresente, di gente che si chiama, impreca, discute sempre a voce altissima e con il tono plasticato degli annunciatori della pubblicita’ delle radio private. A nessuno sembra dar fastidio, e si accetta che qualsiasi luogo sia immerso nel rumore continuo e fine a se stesso.

Gli anziani, tanti, dappertutto e con la faccia grigia, che sembrano aver preso possesso di interi quartieri della citta’. Li vedi vagare, con l’espressione spenta, l’immancabile borsa di plastica in mano, diretti al supermaket per qualche spesa superflua, alla ricerca di un’ora di fresco, o per mano ai rarissimi nipoti, impegnati a trattenerli, ammonirli, ripararli dalle insidie della citta’ nemica, e, piu’ in generale, istruirli ad essere cauti, diffidenti, a non prendere rischi e a reprimere qualsiasi moto di entusiasmo o di allegria. Ho visto un gruppo di nonni che accompagnava la nipotina a comprare una bicicletta, alle 3 del pomeriggio, e lei chiedeva, com’e’ ovvio, di poterla provare subito dopo. La nonna rispondeva che no, ora che si arriva al negozio, si compra la bici, la si trascina fino a casa, saranno gia’ le 6, sottintendendo che a quell’ora si deve rientrare nella sicurezza delle mura domestiche e la bici la si provera’, semmai, il giorno dopo, sempre che non ci sia neanche una nuvola in cielo, che non faccia troppo caldo, che non piova e che non ci sia vento. Cioe’ mai.

I miei amici del liceo, 35 anni che ci si conosce, e adesso ci si vede solo ogni paio d’anni, quindi si notano i capelli grigi, le pancette, i doppi menti, e ci si imbarazza un po’. Ci si racconta del lavoro, dei ragazzi che crescono, e ci si ascolta immalinconiti decantare chi i tentativi per far partire un orto come si deve nella seconda casa, o le ambizioni di cambiare vita e finalmente andarsene dalla Milano succhiasangue, o, nel mio caso, le meraviglie del mio Paese adottivo, che quando tornero’ a casa ricomincero’, da buon italiano, a criticare, sempre alla ricerca del nuovo eldorado (Canada). E ci si vuole sempre bene, si promette di rivedersi presto e si scherza, quasi, come una volta. Da rifare.

Le odissee per fare qualunque cosa che in altri Paesi richiederebbe 5 minuti, magari online, e che qui si tramuta in sballottamenti e trasferimenti interminabili, sempre alla ricerca di un documento mancante e sempre presentandosi allo sportello nell’orario sbagliato. La gente che deve adattarsi a contorcimenti innominabii e a astuzie sopraffine per districarsi nella giungla di ogni giorno, che si lamenta ma non ha alternative che diventare, anche loro, cinici, aggressivi e diffidenti.

La signora che sta quasi per tamponare l’auto di fronte che ha frenato per far passare un pedone sulle strisce, passato con il rosso pero’, e tutti che si maledicono, si minacciano fra frenate e sgommate, e alla fine hanno tutti torto e tutti ragione. Poca, di quest’ultima.

I pensieri alla mia famiglia, al sicuro a Bruxelles, che non suda, non si arrabbia, e non cresce con la frustrazione di vedere che tutto intorno a te ti minaccia ed e’ complicato. La sensazione che loro non si renderanno mai conto della realta’ italiana e che accetteranno le mille benedizioni quotidiane come un fatto normale e acquisito. Che tutto sommato non e’ male.

Le peregrinazioni per trovare un locale con wifi nella zona piu’ chic e affollata di bar a Milano, Brera, per finire in un bar all’angolo tra due vie rumorose, con i soliti camerieri finto-allegri, che gridano e si scambiano commenti ad alta voce zigzagando tra i tavoli. E il wifi alla fine non funziona. Ma hanno dimenticato di farmi pagare la granita ( la cocacola invece costava 4 euri e mezzo, quindi ben gli sta) e allora va bene cosi’.

Le cose che non funzionano, mai, o su cui non puoi fare affidamento, che e’ anche peggio: il bancomat, le carte di credito al ristorante, Internet, gli orari, cio’ che e’ scritto e affisso rispetto alla realta’ che devi apprendere da qualche bene-informato, i servizi, pubblici e privati, i trasporti, tutti. La cosa piu’ difficile e’ pagare, sempre e qualsiasi cosa. Magari anche capire dove si deve andare per fare qualcosa di semplice.

La bella sorpresa del numero 020202, il “numero amico del Comune di Milano. All’iniziale attesa e inevitabile vocina registrata che ti guida tra le opzioni (premi uno, premi due…) con la prevedibile caduta della linea al momento in cui sembrava fatta, e’ subentrato lo stupore quando una voce umana, gentile perfino, ha risposto alle mie suppliche. Mi e’ capitato l’operatore piu’ gentile, servizievole ed amichevole che esista su questo pianeta. Mi ha dato tutte le informazioni che mi servivano ed altre di cui non sapevo di aver bisogno, e soprattutto mi ha trattato come una persona. Si sentiva che era nato per fare un lavoro a contatto con il pubblico, ma anche gli avevano spiegato come ci si comporta al telefono. Bravo Pisapia!

La constatazione che i negozi a Milano rappresentano per il 90% articoli che alla gente comune, in una giornata qualunque, non servono e non si capisce come sopravvivano. Se ti aggiri alle 3 del pomeriggio di un torrido sabato d’estate, trovi misteriose cartolerie che vendono gadget rosa e fosforescenti di tutti i generi, con una signora seduta nel fondo del negozio, in penombra, e vedi qualcosa che si muove e che potrebbe essere un ventaglio. O grandiosi negozi di arredamento supercool, moderno e dai prezzi mai esposti, sempre chiusi, e sono sicuro che anche quando sono aperti se entri per comprare qualcosa ti guardano sprezzanti e ti dicono che quello e’ uno “sciorum”. Scarpe, vestiti, accessori, sempre sopra le righe, mai adatti alla vita di tutti i giorni e, anche loro, dal prezzo ridicolmente alto. Abbigliamento per bambini che sembra uscito dai libri dell’Inghilterra vittoriana, officine di lavoro su capelli, unghie, abbronzatura e dettagli fisici vari, con torme di ragazzi che si affannano in temperature tropicali, tra i ronzii, soffi, gracidii e sbuffi degli asciugacapelli e di chissa’ quali altri marchingegni.

Le dimensioni dei mazzi di chiavi che le persone si trascinano, sintomo di varie cose: l’affanno a chiudere, sbarrare, mettere al sicuro dai pericoli e dagli “altri” i propri possessi e i propri luoghi cari. Ma anche la varieta’ di luoghi a cui ogni persona ha accesso, siano seconde, terze e quarte case, garage, cassette della posta e dei valori, cantine, cancelli e cosi’ via chiudendo. E infine lo scambio di chiavi tra familiari, amici, fidanzati, amanti, portinai, badanti e altre persone interconnesse, in una rete strettissima che e’ caratteristica, da sempre, dell’Italia, e che la tiene insieme, o forse la chiude in un forziere a prova dei cambiamenti del mondo.

2 thoughts on “Appunti di viaggio a Milano – agosto 2011

  1. alessandra iadicicco says:

    ben detto e ben scritto
    e il tuo elenco potrebbe continuare all’infinito…
    to be continued alla tua prossima visita italiana?
    io ti propongo un esercizio un po’ più difficile.
    prova a dirmi tre cose tre (a parte lo 020202 e annessa voce umana all’altro capo del filo) per cui vale la pena, di tanto in tanto, ritornare in Italia.
    ti aspetto! un abbraccio
    alessandra

    • Lo so, lo so, scrivere delle cose positive e’ sempre piu’ difficile che criticare. Io poi sono per natura portato a cogliere le magagne e meno a enfatizzare le qualita’, quindi ho bisogno di un po’ di tempo per identificare le cose belle. Comunque, ci provo:
      – la sensazione insostituibile di appartenenza a un luogo, a una lingua e a una cultura che abbiamo perso nel baratto per il piatto di lenticchie (una vita vivibile altrove)
      – i ricordi che sono li’, in carne e ossa, e non semplicemente nella mia testa
      – potrei anche citare tutte le cose che ho elencato nello sproloquio qui sopra e trasformarle da aspetti negativi in un amalgama di sensazioni, ricordi, abitudini e percio’, in fondo, cose che ho anch’io sotto pelle, per arrivare alla conclusione che ogni tanto ho bisogno di ritornare nel “mio” ambiente, per quanto degradato e negativo sia. Un po’ come i pesci che vivono nel fango e che devono ritornarci ogni tanto se no muoiono.

      Commento finale: parlo di Milano, non dell’Italia: in Toscana, in Alto Adige, sui Sibillini, in Liguria ci torno sempre volentieri.

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