Si può ancora parlare di schiavitù oggi?

La schiavitù esiste da secoli. Nel corso della storia ha mutato forma molte volte: dagli schiavi delle civiltà antiche (antica Roma), si è passati alla servitù della gleba del Medioevo, fino allo sfruttamento dei lavoratori dei paesi del Terzo mondo di oggi. La forma è cambiata, ma la sostanza è sempre la stessa. La schiavitù resta una forma di asservimento in cui lo schiavo viene obbligato a lavorare, privato della sua dignità umana e comprato e venduto come una qualsiasi merce per contribuire ai profitti di una ristretta élite. Associare la schiavitù solamente a ciò che è stato nella storia, credendo che sia un fenomeno esclusivamente del passato, significa chiudere gli occhi di fronte alla realtà, accettarla cosi com’è, e legittimare l’ordine economico attuale.

La situazione tragica in cui sono costretti a vivere milioni di donne, bambini e uomini è una componente fisiologica, naturale, del fenomeno della globalizzazione, nato nel secolo scorso e realizzatosi pienamente negli ultimi 30 anni, con l’ondata di neoliberismo proveniente dagli Stati Uniti che ha investito l’Europa. La globalizzazione non è, come ci ripete costantemente la retorica del pensiero dominante, un processo naturale e pacifico, che mette in relazione i popoli del pianeta, ma una nuova forma di imperialismo, guidata delle multinazionali, protagoniste del sistema economico capitalistico dell’ultimo trentennio.

Il fenomeno della schiavitù e dello sfruttamento è soltanto un ingranaggio fondamentale in questo processo. Infatti, le multinazionali hanno come unico scopo massimizzare i profitti. Per conseguire questo obiettivo, spostano la produzione dai Paesi più industrializzati ai Paesi emergenti, nei quali il costo delle materie prime e della manodopera sono molto bassi, e in cui la garanzia del rispetto dei diritti umani non è quasi mai presente, per la mancanza di una compiuta regolamentazione del lavoro. In questi Paesi,le persone, in disperata ricerca di lavoro, accettano queste condizioni, non avendo alternativa possibile, se non quella di morire di fame, e si ritrovano costretti a contribuire al processo che metterà nella stessa situazione i loro figli.

La cosa più tragica di questo meccanismo è il ruolo che assume la politica. I politici denunciano a gran voce queste ingiustizie nelle loro campagne elettorali, ma dalla teoria non passano mai alla pratica, non agiscono mai concretamente per frenarle, per mettere i bastoni fra le ruote alle multinazionali. Si limitano al massimo a qualche controllo, qualche ispezione, che viene ampiamente annunciata, in modo che ci sia il tempo di coprire le tracce degli abusi. Questo rientra nelle logiche dell’ideologia neoliberista, secondo la quale lo Stato non deve intervenire in quanto rappresenta un ostacolo al buon funzionamento dell’economia, e secondo la quale il mercato è una sorta di divinità che si regola da sola e che porta ricchezza e prosperità in ogni angolo del pianeta. Rifiutandosi di guardare la realtà in faccia, la politica, sia a destra che a sinistra, diventa complice di queste ingiustizie. Se lo Stato, che dovrebbe in teoria rappresentare i cittadini e difenderne gli interessi, non si oppone a questa forma di schiavitù post-moderna, non ci si può di certo aspettare che siano le multinazionali a imporre misure di controllo sul lavoro o che difendano i diritti dei lavoratori. L’unica via sensate da seguire per le multinazionali è la cinica legge del profitto, secondo la quale il fine (il guadagno) giustifica i mezzi (lo sfruttamento del lavoratore).

Se i partiti politici attuali non costituiscono una alternativa, e se non si può sperare in un esame di coscienza delle multinazionali, è necessario creare una coscienza oppositiva, che si opponga alla schiavitù e al neoliberismo, distruttore di interi Paesi.

“E – vi preghiamo – quello che succede ogni giorno non trovatelo naturale”. (Bertolt Brecht)

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