Dalla NBA a Saronno: la strana parabola di Charlie Sax Yelverton

Bellissimi ricordi di uno dei miei idoli di 40 anni fa. E bello riscoprire che è anche una persona eccezionale, oltre che un campione vero.

Articolo di Mario Castelli, http://lagiornatatipo.it/nba-saronno-charlie-yelverton/

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Se mai vi capitasse di mettere piede nel piccolo palazzetto della Robur Saronno, squadra lombarda che negli ultimi decenni ha fatto un po’ di altalena tra quelle che una volta, nostalgicamente, si chiamavano Serie B2 e C1, ci mettereste ben pochi secondi ad accorgervi di una gigantografia ritraente un uomo di colore, che campeggia proprio sopra gli spalti all’altezza della metà campo

Tale gigantografia ritrae Charlie Yelverton, uno dei più grandi giocatori americani che siano mai venuti a giocare in Italia. Lo prese la Pallacanestro Varese negli anni ’70, per sostituire il leggendario Manuel Raga, che aveva appena trascinato la allora Ignis a tre Coppe dei Campioni. Yelverton arrivava da mesi di inattività dopo un passaggio all’Olympiacos, ma la sua storia era più complessa: era finito a giocare ad Atene dopo essere stato allontanato dalla NBA, ma il colpo di stato in Grecia lo aveva costretto a tornare a New York, dove per sbarcare il lunario si era reinventato tassista. Il motivo del suo allontanamento dalla Lega era molto semplice: nel 1971/72, mentre giocava la sua stagione da rookie con i Portland Trail Blazers, si rifiutò di alzarsi in piedi al momento dell’inno prepartita. Era sempre stato uno libero, che mal sopportava le convenzioni, e in pieno periodo di protesta nera e di contestazione contro la guerra in Vietnam decise di mostrare il proprio dissenso così. Non giocò mai più in NBA.

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Questo gesto gli costò il suo futuro nella Lega e anche parecchie simpatie (il suo grande amico Kareem Abdul Jabbar, che gli aveva regalato il sax che Charlie -grandissimo musicista jazz- conserva gelosamente ancora oggi, diventò molto più freddo da quel giorno). Ma ci regalò un grandissimo giocatore che altrimenti non avremmo probabilmente mai visto alle nostre latitudini. Finita la carriera ad alti livelli con Varese e Brescia, vincendo uno scudetto e una Coppa dei Campioni, il buon Yelverton decise che però lui di voglia di giocare ne aveva ancora. Scese a giocare in Serie D con la squadra di Saronno, trascinandola a vincere il campionato senza perdere una singola partita. Con la Robur rimarrà parecchi anni, da giocatore prima e da allenatore poi, per passare infine a quella che sarebbe stata la sua vera passione: insegnare ai ragazzini.

Nel corso degli anni ’90 fino agli inizi del 2000, Charlie Yelverton ha allenato centinaia di ragazzini più o meno grandi del settore giovanile di Saronno. Io sono cresciuto in questa società ma purtroppo ho fatto in tempo solo marginalmente ad essere allenato da lui. Ma poter imparare la pallacanestro da uno che ha giocato in NBA e ha vinto trofei tra i più importanti in Europa, soprattutto se poi è un personaggio dalle doti umane così particolari come Charlie, è una cosa che in pochi hanno la fortuna di poter vantare. Per questo, grazie all’aiuto di alcuni amici (Guido, Stefano, Gianfranco, Marco, Andrea e Daniele) che sono stati abbastanza fortunati da essere allenati più a lungo di me da questo gigante del basket italiano, ho voluto raccogliere qualche piccolo aneddoto che possa ripercorrerne la grandezza e spiegare perché, se entrate oggi nel palazzetto di Saronno, venite accolti dalla gigantografia di quell’uomo di colore dallo sguardo disilluso, forse un po’ amaro, ma profondamente buono.

Su Charlie ci sarebbe da scrivere un libro. Questo è il ricordo che ho del primo incontro con lui.
Ero piccolo, facevo minibasket, arriva Charlie che probabilmente doveva tenere l’allenamento dopo con quelli più grandi. Ormai siamo alla fine, Charlie già ridendo prende in mano la situazione, noi eravamo tra l’intimorito e l’affascinato. Non ricordo che esercizio ci fece fare, ma poi per far finta di punirci ci disse di metterci tutti sulla linea di fondo in riga. Noi non lo sapevamo, ma stavamo per fare il primo “suicidio” della nostra vita. Un bambino lo prese alla lettera e si mise “in riga”, cioè tipo militare coi piedi uniti e le braccia lungo i fianchi, allora Charlie ridendo e gli disse: “Allarga scarpe, belo”. Diciamo che ogni tanto Charlie non utilizzava proprio tutte le parole corrette, ma era chiaro che gli stesse dicendo di allargare i piedi, le gambe, per prepararsi a correre. Il bambino sempre più intimorito si abbassò e iniziò a slacciarsi le stringhe e ad “allargare le scarpe”. Claudia –la nostra istruttrice- rideva e Charlie ancora di più, non riusciva a smettere.
Questo è il mio primo ricordo di quell’uomo di colore, dall’accento americano e con una risata contagiosa. Non sapevo ancora nulla di lui e della sua storia, ma ero già consapevole che lo avrei sempre rispettato.

Che io mi ricordi, Charlie aveva sempre un cappellino in testa e se la memoria non mi inganna io penso di averlo visto anche per mesi senza che avesse mai lo stesso del giorno prima. Un giorno si presenta con un cappellino con uno stronzo (ovviamente finto) sulla visiera. Se la rideva come un matto. A un certo punto durante l’allenamento qualcuno fa una stupidata e allora lui gli mette il cappellino in testa, divertito come un bambino. Da quel momento appena uno commetteva un grosso errore, una stronzata insomma, lui gongolando si riprendeva il cappellino e cambiava “testimone”. Finimmo l’allenamento piangendo tutti dal ridere.

Altre cose indimenticabili sono le sue frasi epiche. “Gomito dentro! Cambia tiro, cambia vita!”, tipicamente imitando il tuo tiro e amplificando quello che facevi male. Oppure quando ti lasciavi scivolare la palla dalle mani, saltava su e commentava “Mani bburo!”. Poi non potevi tirare di destro andando a sinistra: “Mano sinistra belooo!” e magari ti sostituiva pure. Se non facevi girare bene la palla nel tiro: “polo nord – polo sud” per l’orientamento che doveva sempre avere la sfera in modo da creare il giusto spin attorno al suo asse orizzontale, oppure ti diceva “Usa polpastrelli belo, come per togliere emorroidi”. Tu lo guardavi attonito, non particolarmente convinto di aver colto il nesso, e lui allora faceva il gesto di pulirsi il culo e replicava “Prova a togliere emorroidi con palmo mano!” ridendosela come un matto.

Quando ci allenava faceva già fatica a livello fisico (soprattutto per problemi alle ginocchia) ma la mano rimaneva magistrale: una volta, alla fine di un allenamento alla piccola palestra della scuola, ci sfidò al tiro in una sorta di “horse”, lui contro tutti con una penitenza, un suicidio, per ogni volta che si faceva canestro. A quel punto iniziato a tirare da distanze e posizioni assurde, rigorosamente piedi per terra e senza quasi nemmeno muovere le gambe per dare forza al tiro. Mi ricordo l’immagine di lui che mette un tiro -senza poter vedere il canestro- da dietro una delle porte della palestra, canticchiando qualcosa di incomprensibile e sogghignando mentre noi lo guardiamo doloranti per le corse ma ammirati. Saremo andati avanti così per una ventina di minuti, prima che si stufasse e rovinasse apposta il suo 100% per mandarci a casa.

Estate, 150 gradi in palestra e siamo rimasti tipo in tre a venire agli allenamenti. Facciamo gara di tiro io, lui e un altro ragazzo. Io parto con la mia compilation di mattoni, Charlie –che all’epoca aveva ancora l’anca sbilenca- mi fa: “Stef, finisci con questi bricks e spezza polso”. Prende la palla, si piazza un metro abbondante dietro la vecchia linea da tre, e con il solito caricamento sbirulo dovuto agli acciacchi fisici, ma con l’eleganza che solo lui aveva, comincia:
1
2
3
4
Tutte triple identiche, leggero contatto col secondo ferro lontano e poi solo rete.
5
6
7
Tutte UGUALI
8
9
10
Alla VENTINOVESIMA tripla consecutiva mi guarda e dice “Tu vuoi ancora? Doccia!”
Me lo ricordo come fosse ieri, 29 parabole perfettamente uguali, praticamente senza saltare, senza un’anca e senza le ginocchia…

Un’altra volta invece Charlie venne all’allenamento pretendendo di dirigerlo tutto parlando attraverso un’ancia da sassofono. Si mise l’ancia in bocca e ci fece fare tipo un’ora di allenamento pretendendo di spiegare gli esercizi a gesti, strombettando e facendo finta di arrabbiarsi se non lo seguivamo. Lui suonava e noi dovevamo palleggiare a tempo. Immaginatevi la scena: si toglieva l’ancia di bocca solo per dire “SUICIDIO!” o “devi avere swing belo, nel basket ci vuole swing!” e poi se la rimetteva e ricominciava a trombettare e gesticolare. Che ghignate…

Una volta, in una finale provinciale mi sembra, stavamo giocando veramente male. Per questo motivo eravamo punto a punto invece che sopra di 20. L’allenatore della squadra avversaria chiama time out, noi facciamo per andare verso la panchina ma lui ci fa cenno di rimanere dove siamo. Ci lascia tutti in campo per tutto il minuto di sospensione e poi concentra il suo timeout: “Prima impara ascoltare, poi impara giocare”.

Un giorno arriviamo a Varese e dobbiamo giocare contro la Cagiva Varese, categoria propaganda. Doveva esserci la nostra allenatrice Claudia ma, per vari motivi, ci siamo ritrovati Charlie e per noi era la prima volta che lo vedevamo in panchina. Il primo pensiero di tutti i giocatori è stato: “ma questo cosa vuole? Chi è?”. Bando alle ciance, pronti via e 50-0 per Varese. I nostri genitori dalle tribune urlano qualcosa al povero arbitro di turno, prontamente Charly inizia ad inveire contro i NOSTRI genitori… Morale: tecnico all’allenatore e partita persa 104 a 5. Ma da quel giorno i nostri genitori non si sono permessi di dire mai più nulla nei confronti dei vari arbitri di turno…

Erano gli ultimi anni con Charlie, forse categoria allievi. Io suonavo la batteria nel gruppo del liceo, giocavo con Charlie e mi allenavo con la prima squadra in C1, avevo i capelli lunghi ed ero un po’ sbandato in quel periodo. Una sera stavo provando con il mio gruppo, a casa mia, e ho saltato l’allenamento. Squilla il telefono (di casa ovviamente, non esistevano i cellulari). Era Charlie:
“Hey belo, come mai non sei in palestra?”
“Ciao Charlie, sono a casa”
“E cosa fai a casa, studi? Dimmi verità”
“No, sto provando con il mio gruppo. Sabato abbiamo un concerto”.
“Hey belo, tu devi avere priorità. Qual è tua priorità dopo la scuola, basket o musica?”
“Il basket, Charlie”.
“Allora vieni ad allenarti e tagliati i capelli. Se non ti tagli i capelli, domenica non giochi”.
Domenica, semifinale regionale allievi. Io, che giocavo in quintetto, sono rimasto in panca 38 minuti, giocando solo gli ultimi due a partita vinta. Poi mi ha detto che i capelli non me li dovevo tagliare davvero, quelli andavano bene così. Però dovevo darmi degli obiettivi e delle priorità, studiare e impegnarmi. In finale poi sono tornato a giocare in quintetto…coi capelli lunghi.

Un pomeriggio non so per quale motivo Charlie scende negli spogliatoi dopo un allenamento, e proprio quella volta qualcuno di noi aveva fumato un po’ di erba. Entra e sente odore di ganja. Noi tutti teenager con il terrore dei genitori. Annusa l’alito a rotazione (nel frattempo alcuni erano sotto la doccia a mangiarsi sapone e bere shampoo…me compreso!) e ci becca tutti quanti. Cazziatone epico al termine del quale, per sdrammatizzare, ci fa: “però prossima volta almeno condividete!”. Non ci siamo più azzardati a fumare in spogliatoio.

Ogni tanto citava qualche grande musicista o qualche suo amico con cui suonava, ma sul jazz ovviamente ci coglieva ancor più impreparati che sul basket. In generale credo che lo spirito del jazz, anarchico ed elegante allo stesso tempo, sia una metafora calzante per definire Charlie. Mi rimane l’idea soprattutto di una persona che può trattare e prendere in giro nello stesso modo veramente chiunque: un fenomeno o una schiappa, Richard Nixon o il primo che passa per strada. So solo che mi ha insegnato davvero cos’è il basket e cosa vuol dire rispettare un avversario giocando per 40 minuti alla morte anche se si stava vincendo con scarti superiori ai 100 punti.

Questo era ed è Charlie Yelverton. Un uomo dalle capacità cestistiche immense, tanto da averle insegnate nei camp estivi anche a un bambino il cui padre giocava qui in Italia e che poi è finito a giocare in NBA prima con l’8 e poi con il 24 sulla schiena (al punto che Kobe, dopo aver firmato il primo contratto di sponsorizzazione con l’Adidas, gli spedì scatoloni pieni di materiale tecnico come ringraziamento). Un uomo anche dallo spiccato altruismo e dalla limpida umanità, tanto che poco tempo dopo il terribile terremoto che ha colpito l’Abruzzo nel 2009 andò per una settimana a stare vicino ai bambini de L’Aquila, usando il basket e il jazz come distrazione. Oggi vive a Miazzina, un piccolo paesino sulle montagne sopra Verbania, dove continua a suonare il suo sax. Ma vive anche sulle pareti di un piccolo palazzetto nel quale ha trascorso infinite ore ad insegnare la pallacanestro e l’amore per il basket a centinaia di ragazzi. E pazienza se le giovanili di Saronno non erano la NBA di Portland. Lui sicuramente è stato più contento così.

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Si ringraziano Guido Bernasconi, Stefano Invernizzi, Marco Fontana, Gianfranco Rizzi, Andrea Servili e Daniele Mereu per gli aneddoti, l’aiuto e la collaborazione.

 

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